Dramma Rohingya, scontro tra Aung San Suu Kyi e la Nobel per la Pace pachistana Malala

Sulla crisi Rohingya, la minoranza musulmana che vive in Birmania, è scontro tra le due Nobel per la Pace, la leader birmana Aung San Suu Kyi e l’attivista pachistana Malala Yousafzai. Quest’ultima punta il dito contro la collega, rea di tacere il dramma umanitario in corso nel suo paese che ha visto negli ultimi giorni fuggire più di 125mila persone. Per Suu Kyi è solo “fake news”.

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    Dramma Rohingya, scontro tra Aung San Suu Kyi e la Nobel per la Pace pachistana Malala

    E’ scontro tra le due Premio Nobel per la Pace: l’attivista pakistana e musulmana, Malala Yousafzai accusa la “collega” birmana leader del Myanmar, Aung San Suu Kyi, di tacere e ignorare il dramma del suo popolo, i Rohingya. La minoranza musulmana che vive in Birmania secondo gli osservatori internazionali è sistematicamente perseguitata. Immediata la risposta della donna chiamata in causa che a sua volta denuncia la grave disinformazione.

    Crisi Rohingya, l’accusa di Malala

    Malala aveva aspramente criticato Aung per ignorare la ‘pulizia etnica’ in atto contro la minoranza musulmana nei Rohingya, che ha costretto 125.000 persone a fuggire in Bangladesh negli ultimi 10 giorni, una crisi spesso taciuta dai media e che trova nella foto del piccolo Mohammed l’espressione di tutta la sua drammaticità.

    Malala a soli 15 anni, nel 2012 sopravvisse miracolosamente ad un tentativo di assassinio da parte dei talebani in Pakistan, che non gradivano la lotta che stava portando avanti la donna per l’educazione femminile. Per il suo impegno a favore dei diritti umani, nel 2014 ha ricevuto il premio Nobel per la pace e nel 2016 il premio Sakharov. Ciò che si era augurata riguardo ai Rohingya è che la collega Aung San Suu Kyi lottasse allo stesso modo per la causa del suo popolo. “Ogni volta che guardo le notizie mi si spezza il cuore per le sofferenze di quel popolo. Chiedo che si fermi la violenza. Oggi abbiamo visto le foto di bambini uccisi dalle forze di sicurezza del Myanmar. Questi bambini non hanno fatto male a nessuno, eppure le loro case sono state incendiate e rase al suolo” aveva scritto su Twitter l’attivista pachistana.

    I Rohingya sono una minoranza di religione musulmana che vive nello Stato di Rakhine la cui repressione sta sollevando le critiche internazionali e gli appelli di altri premi Nobel, ‘colleghi’ di Aung San Suu Kyi. Addirittura alcuni attivisti per i diritti umani indonesiani hanno addirittura invitato il comitato per i Nobel a ritirare il premio alla leader birmana.

    La risposta della leader birmana: ‘Troppa disinformazione’

    Aung San Suu Kyi guida il paese dal 2016 come ministro degli Esteri e Consigliere di Stato, una carica creata apposta per lei. Suu Kyi, Nobel per la Pace nel 1991, che ha passato oltre 20 anni isolata nella sua casa agli arresti domiciliari sotto la dittatura militare che opprime la Birmania da più di mezzo secolo. E’ buddista e secondo chi la critica, non vuole inimicarsi il sostegno della maggioranza della popolazione birmana che odia i musulmani. In realtà è in atto una terribile persecuzione e pulizia etnica contro tale minoranza religiosa, che solo negli ultimi giorni ha visto più di 125.000 persone a fuggire in Bangladesh.

    Dalle accuse Suu Kyi si è sempre difesa puntando il dito a sua volta contro la disinformazione che circola su tale tragedia. Lo scorso 25 agosto, Aung San Suu Kyi in un comunicato ufficiale ha apertamente accusato chi mette in giro false notizie per interesse e per alimentare l’odio. Un modo subdolo messo in atto per promuovere di fatto “l’interesse dei terroristi”.

    I dati dell’Onu parlano chiaro però: oltre 90 mila profughi sarebbero fuggiti dalla Birmania, tra scontri a fuoco e annegamenti nel fiume Naf, il confine verso il Bangladesh che i Rohingya sperano di raggiungere. La polizia birmana è tacciata della gravissima accusa di portare avanti una pulizia etnica.