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Dj Fabo e suicidio assistito, rimandata l’archiviazione per Marco Cappato: il Gip chiede ancora tempo per decidere sul caso

Dj Fabo e suicidio assistito, rimandata l’archiviazione per Marco Cappato: il Gip chiede ancora tempo per decidere sul caso

La Procura di Milano aveva chiesto l’archiviazione per Marco Cappato, per l’autodenuncia dopo il suicidio assistito di Dj Fabo. Il gip Luigi Gargiuolo fissa ulteriore udienza per approfondimento: il 6 luglio si pronuncerà definitivamente. Nel provvedimento del pm Tiziana Siciliano ‘Il diritto alla vita va bilanciato con il diritto alla dignità’.

da in Attualità, Eutanasia
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    Dj Fabo e suicidio assistito, rimandata l’archiviazione per Marco Cappato: il Gip chiede ancora tempo per decidere sul caso

    Rimandata l’archiviazione per Marco Cappato, il leader radicale che si era autodenunciato per aver accompagnato Dj Fabo a morire in Svizzera. Il Gip di Milano che doveva pronunciarsi sulla definitiva archiviazione , ha deciso di fissare un’ulteriore udienza il 6 luglio per approfondire il caso. Dopo di questa, il Gip Luigi Gargiuolo, si pronuncerà o per accogliere l’archiviazione o respingerla definitivamente e ordinare una imputazione coatta alla Procura.

    La procura di Milano aveva chiesto l’archiviazione per Marco Cappato, perché per i magistrati le pratiche di suicidio assistito non violano il diritto alla vita, quando queste sono connesse a situazioni oggettivamente valutabili di malattia terminale o gravida di sofferenze o ritenuta intollerabile o indegna dal malato stesso.

    Dopo la richiesta avanzata dalla Procura, il gip di Milano Luigi Gargiuolo ha deciso di fissare un’udienza di discussione tra le parti. Non si tratta di un respingimento della richiesta di archiviazione, ma piuttosto di un voler approfondire la questione. Al momento dunque è stata fissata per il 6 luglio l’ultima convocazione per Marco Cappato, in cui il giudice prenderà la sua decisione finale. E’ comunque noto che la Procura abbia valutato positivamente la richiesta di approfondimento da parte del gip, così come lo stesso avvocato di Cappato, Filomena Gallo. Il magistrato ha solo scelto di applicare una norma prevista dal codice di procedura penale, che è quella di un’ udienza di discussione tra le parti.
    Il provvedimento era stato firmato dal pm Tiziana Siciliano, in cui si riportava che Cappato ha agito solo per “esercitare il diritto alla dignità umana“. In più, secondo la Procura, Cappato si è limitato al solo trasporto di chi voleva esercitare un proprio diritto, perché la “scelta di porre fine alla sua esistenza, per Fabiano Antoniani era assolutamente volontaria”.

    Il nome di Marco Cappato è ormai indissolubilmente legato a quello di Fabo, il 40enne tetraplegico che ha deciso di praticare il suicidio assistito in Svizzera, che ha diviso l’Italia nel dibattito sull’eutanasia. Ultimamente però il suo nome era di nuovo tornato ad associarsi a quello dell’eutanasia legale in occasione della morte di Davide Trentini, il 53enne toscano affetto di sclerosi multipla morto in Svizzera. Davide, deceduto il 13 aprile, fu accompagnato da Mina Welby, la moglie del noto Piergiorgio, indagata anche lei insieme a Cappato.

    Quando era ancora in Procura, Marco Cappato ha fatto sapere che continuerà la sua battaglia a favore dell’eutanasia legale in Italia: “Continuerò ad aiutare le persone che vogliono ottenere, in Italia o all’estero, l’interruzione delle proprie sofferenze”. Nel lungo provvedimento di archiviazione si conclude che non si può obbligare un paziente a scegliere il proprio destino in condizioni di “non vita”.

    Dj Fabo, morto il 27 febbraio alle 11.40 in una clinica vicino Zurigo, è stato accompagnato e sostenuto fino all’ultimo respiro nella sua battaglia da Cappato. Proprio per questo il tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, rischiava fino a 12 anni di carcere, ma aveva giocato d’anticipo autodenunciandosi. Lo stesso giorno infatti aveva fatto sapere tramite il suo profilo Twitter: “Alle 14:45 vado dai carabinieri ad autodenunciarmi per l’aiuto al suicidio di Fabo”.
    Lo stesso Cappato spiegò il suo gesto: “Voglio chiedere allo Stato italiano di scegliere, o di far finta di nulla, di girare la testa dall’altra parte, e questo costituirebbe un precedente anche per altri. O di incriminarmi, consentendomi di poter difendere in un processo le ragioni di principi costituzionali superiori”.

    Dal canto suo, Cappato si è sempre sentito tranquillo perché non crede di aver istigato Fabo al suicidio.

    Ha portato avanti la sua battaglia perché quello era il desiderio, confermato tantissime volte dallo stesso Fabo: “In questo caso non c’è stata alcuna istigazione, anzi abbiamo cercato di dissuaderlo fino alla fine. Aiuto sì, perché sabato mattina ho caricato Fabo sulla sua macchina con la sua carrozzella e per cinque ore ho fatto un viaggio straziante”, ha spiegato. E’ stato lui con lui fino alla fine insieme ai familiari e alla fidanzata di Fabiano. E’ lui ad aver dato l’annuncio della sua morte.
    Cappato si era definito un tramite, perché Fabo avrebbe terminato la sua vita in un modo o nell’altro. Per farlo capire ancora meglio, riportò le stesse parole del dj: “Io al Giambellino, al mio quartiere conosco tutti, se tu non mi aiuti, uno che mi tira un colpo di pistola lo trovo”. Questo era il livello di esasperazione.
    Per questo ha deciso di sostenerlo, di ascoltare la sua richiesta disperata, rimasta inascoltata per mesi, nonostante gli appelli alla politica e al presidente della Repubblica.


    L’autodenuncia di Cappato “sarà valutata sotto tutti i profili giuridici, compresa la giurisprudenza della Cedu, in materia di diritti”, aveva annunciato il procuratore di Milano Francesco Greco, precisando anche che il fascicolo sarebbe stato assegnato al pm Tiziana Siciliano. L’autodenuncia ha riguardato l’aiuto al suicidio, reato quando “l’aiuto è portato fino all’atto finale”.

    Sempre Cappato ha riportato le ultime parole di Fabo, precisando che “non voleva essere un portabandiera o un modello. La sua era una scelta di vita, la sua condizione per lui era diventata insopportabile”. E ha proseguito: “Nessuno ritiene la vita di una persona disabile grave indegna di essere vissuta: la valutazione è individuale, di quella persona, ed è quella la soglia dietro la quale ritengo ciascuno si debba fermare: nelle sue stesse condizioni altri magari farebbero altre scelte, dj Fabo non è un modello e non voleva esserlo”.
    Ad accompagnare Fabo nell’ultimo viaggio della vita, oltre a Cappato, c’era la mamma e la fidanzata Valeria, che gli è sempre stata vicina . Compagna di Fabiano da dieci anni, anche lei che lo amava profondamente, ha capito che il suo uomo voleva trovare in questo modo la serenità che più non aveva.

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