Dj Fabo, Cappato: “Voglio giudizio immediato” e rinuncia all’udienza del Gup

La Procura di Milano aveva chiesto l’archiviazione per Marco Cappato, per l’autodenuncia dopo il suicidio assistito di Dj Fabo. Il gip di Milano, Luigi Gargiuolo, lo scorso luglio aveva disposto l'imputazione coatta: ora la richiesta che scuote il terreno intorno al caso.

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    Dj Fabo, Cappato: “Voglio giudizio immediato” e rinuncia all’udienza del Gup

    Marco Cappato, sulla vicenda del suicidio assistito di Dj Fabo, chiede il giudizio immediato, rinunciando all’udienza del Gup fissata per il 15 novembre prossimo. Il leader radicale si era autodenunciato per aver accompagnato Dj Fabo a morire in Svizzera. Il Gip di Milano aveva disposto l’imputazione coatta.

    La procura di Milano aveva chiesto l’archiviazione per Marco Cappato, perché per i magistrati le pratiche di suicidio assistito non violano il diritto alla vita, quando queste sono connesse a situazioni oggettivamente valutabili di malattia terminale o gravida di sofferenze o ritenuta intollerabile o indegna dal malato stesso.

    Marco Cappato: il gip aveva disposto imputazione coatta

    Dopo la richiesta avanzata dalla Procura, il gip di Milano Luigi Gargiuolo ha disposto l’imputazione coatta per Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni che ha accompagnato in Svizzera Dj Fabo per la conclusione della pratica del suicidio assistito.

    Dal suo profilo Twitter, Cappato ha chiesto il giudizio immediato, rinunciando di fatto all’udienza del Gup prevista per il prossimo 15 novembre. In quella sede si sarebbe decisa definitivamente la sua sorte giudiziaria, in uno spettro di due alternative: rinvio a giudizio o non luogo a procedere.

    La volontà di andare a subito a processo è stata motivata dalla necessità, come sottolinea Cappato, di ottenere chiarezza e una assunzione di responsabilità da parte delle istituzioni che l’associazione Luca Coscioni chiede da molti anni: “A luglio è stato chiesto il mio rinvio a giudizio per l’aiuto dato a Dj Fabo ad andare in Svizzera. Oggi ho chiesto il giudizio immediato, cioè di andare immediatamente a processo, perché voglio che in Italia finalmente si possa discutere di come aiutare i malati a essere liberi di decidere fino alla fine. Sia quando lottano per vivere, sia quando decidono di fermarsi. Il processo sarà un’occasione per discuterne ed è bene che sia il prima possibile. Certo, dovrebbe occuparsene la politica, però la proposta di legge dell’Associazione Luca Coscioni, per l’eutanasia legale, è ferma da 4 anni in Parlamento. E c’è il rischio che non riescano a decidere nemmeno sul testamento biologico. Fabo ha avuto il coraggio di rendere pubblica la propria richiesta. Io spero che ora i parlamentari abbiano il coraggio di assumersi le proprie responsabilità e di decidere finalmente. In ogni caso, ci sarà il mio processo, senza ritardi. Grazie a chi vorrà dare una mano”. Questo è il contenuto del messaggio di Marco Cappato, destinato ad assumere una grande risonanza mediatica.

    Il nome di Marco Cappato è ormai indissolubilmente legato a quello di Fabo, il 40enne tetraplegico che ha deciso di praticare il suicidio assistito in Svizzera, che ha diviso l’Italia nel dibattito sull’eutanasia. Ultimamente però il suo nome era di nuovo tornato ad associarsi a quello dell’eutanasia legale in occasione della morte di Davide Trentini, il 53enne toscano affetto di sclerosi multipla morto in Svizzera. Davide, deceduto il 13 aprile, fu accompagnato da Mina Welby, la moglie del noto Piergiorgio, indagata anche lei insieme a Cappato.

    Marco Cappato aveva fatto sapere che continuerà la sua battaglia a favore dell’eutanasia legale in Italia: “Continuerò ad aiutare le persone che vogliono ottenere, in Italia o all’estero, l’interruzione delle proprie sofferenze”.

    Cappato rischiava fino a 12 anni di carcere

    Dj Fabo, morto il 27 febbraio alle 11.40 in una clinica vicino Zurigo, è stato accompagnato e sostenuto fino all’ultimo respiro nella sua battaglia da Cappato. Proprio per questo il tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, rischiava fino a 12 anni di carcere, ma aveva giocato d’anticipo autodenunciandosi. Lo stesso giorno infatti aveva fatto sapere tramite il suo profilo Twitter: “Alle 14:45 vado dai carabinieri ad autodenunciarmi per l’aiuto al suicidio di Fabo”.

    Lo stesso Cappato spiegò il suo gesto: “Voglio chiedere allo Stato italiano di scegliere, o di far finta di nulla, di girare la testa dall’altra parte, e questo costituirebbe un precedente anche per altri. O di incriminarmi, consentendomi di poter difendere in un processo le ragioni di principi costituzionali superiori”.

    Per Cappato non è istigazione al suicidio

    Dal canto suo, Cappato si è sempre sentito tranquillo perché non crede di aver istigato Fabo al suicidio. Ha portato avanti la sua battaglia perché quello era il desiderio, confermato tantissime volte dallo stesso Fabo: “In questo caso non c’è stata alcuna istigazione, anzi abbiamo cercato di dissuaderlo fino alla fine. Aiuto sì, perché sabato mattina ho caricato Fabo sulla sua macchina con la sua carrozzella e per cinque ore ho fatto un viaggio straziante”, ha spiegato. E’ stato lui con lui fino alla fine insieme ai familiari e alla fidanzata di Fabiano. E’ lui ad aver dato l’annuncio della sua morte.

    Cappato si era definito un tramite, perché Fabo avrebbe terminato la sua vita in un modo o nell’altro. Per farlo capire ancora meglio, riportò le stesse parole del dj: “Io al Giambellino, al mio quartiere conosco tutti, se tu non mi aiuti, uno che mi tira un colpo di pistola lo trovo”. Questo era il livello di esasperazione.

    Per questo ha deciso di sostenerlo, di ascoltare la sua richiesta disperata, rimasta inascoltata per mesi, nonostante gli appelli alla politica e al presidente della Repubblica.

    L’autodenuncia di Cappato

    L’autodenuncia di Cappato “sarà valutata sotto tutti i profili giuridici, compresa la giurisprudenza della Cedu, in materia di diritti”, aveva annunciato il procuratore di Milano Francesco Greco, precisando anche che il fascicolo sarebbe stato assegnato al pm Tiziana Siciliano. L’autodenuncia ha riguardato l’aiuto al suicidio, reato quando “l’aiuto è portato fino all’atto finale”.

    Fabo non voleva essere preso a modello

    Sempre Cappato ha riportato le ultime parole di Fabo, precisando che “non voleva essere un portabandiera o un modello. La sua era una scelta di vita, la sua condizione per lui era diventata insopportabile”. E ha proseguito: “Nessuno ritiene la vita di una persona disabile grave indegna di essere vissuta: la valutazione è individuale, di quella persona, ed è quella la soglia dietro la quale ritengo ciascuno si debba fermare: nelle sue stesse condizioni altri magari farebbero altre scelte, dj Fabo non è un modello e non voleva esserlo”.

    Ad accompagnare Fabo nell’ultimo viaggio della vita, oltre a Cappato, c’era la mamma e la fidanzata Valeria, che gli è sempre stata vicina . Compagna di Fabiano da dieci anni, anche lei che lo amava profondamente, ha capito che il suo uomo voleva trovare in questo modo la serenità che più non aveva.

    Dolcetto o scherzetto?