Di padre in figlia, l’emancipazione della donna in tv? La strada è ancora lunga

La fiction a puntate 'Di padre in figlia', andata in onda su Raiuno, ha rilanciato il tema dell'emancipazione femminile nella storia, con lo sguardo puntato alle grandi battaglie delle donne di oggi. Su questa strada, però, c'è ancora molto da fare.

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    Di padre in figlia, l’emancipazione della donna in tv? La strada è ancora lunga

    L’emancipazione della donna proposta in tv da “Di padre in figlia”, la fiction di quattro puntate in onda su Raiuno, è il tema caldo su cui si è mossa la regia di Riccardo Milani. Oltre a essere un prodotto televisivo, si tratta di un vero e proprio spaccato della società in cui il tema principale è la battaglia della donna per ottenere l’indipendenza fuori dalle mura domestiche. Affrancarsi da un gioco di ruoli sociali prestabiliti per l’epoca e riscattare il futuro: sembrano temi lontani, ma la strada è ancora lunga. Così, mentre si riscrive la storia di quegli anni, rimane indelebile il messaggio di una società che tenta di vincolare la donna a un livello inferiore rispetto a quello dell’uomo, in casa come nel lavoro. C’è ancora molto da fare, e “Di padre in figlia” ha fornito interessanti spunti per riflettere sul sempre attuale tema dell’emancipazione femminile.

    Il tema dell’emancipazione femminile in tv, ma c’è ancora molto da fare

    Sullo sfondo della Bassano del Grappa a cavallo tra gli anni ’60 e i primi anni ’80, la narrazione si è districata in un percorso arduo: la figura femminile al centro di una ribellione al sistema donna-casa, quello spazio stretto, talvolta angusto, in cui la società patriarcale dell’epoca tendeva a sopire l’anelito di libertà di tante donne. E’ tra il 1958 e il 1985 che la famiglia Franza, protagonista della miniserie, incarna la rappresentazione di un’intera cultura, quella dell’uomo che lavora e della donna che vive le sue passioni saldamente ancorata a un destino già scritto. Ecco che la figura del patriarca, l’imprenditore Giovanni Franza (Alessio Boni), si trova a confrontarsi con i primi bagliori di un sentimento di ribellione che attraverserà la storia di quegli anni sino ai giorni nostri. Siamo nell’Italia del boom economico, del fermento socio-culturale delle generazioni del ’68, delle donne del ’68 in lotta per i propri diritti.

    Dal divorzio all’aborto, dall’abbandono del tetto coniugale al futuro nel mondo del lavoro, un intero esercito di donne si incammina verso l’emancipazione. Sembra quasi anacronistico a dirsi, ma da quel treno di speranze, rabbia e voglia di riscatto le donne non sono ancora scese, c’è ancora troppo da combattere.

    Nella fiction a puntate “Di padre in figlia” tutto ruota intorno alle vicende personali di personaggi emblematici nella rappresentazione di una battaglia che non può però essere relegata entro i margini di un preciso periodo, ma è trasversale a ogni epoca storica moderna.

    Franca (Stefania Rocca), moglie di Giovanni, e le figlie Maria Teresa (Cristiana Capotondi), Elena (Matilde Gioli) e Sofia (Demetra Bellina), sono le donne di questa famiglia, in cui si spera sempre, fino alla fine, nell’arrivo di un maschio a prendere le redini della storia familiare. Un padre che continua a sperare e si oppone alle pressanti richieste delle figlie. Tra loro, Maria Teresa Franza è la più assidua e attenta ascoltatrice di se stessa, non smette mai di sentire le voci che ha dentro, che la portano a sognare un futuro altrove. Sino all’atto di forza che la porta a uscire dal perimetro delle mura domestiche, che è sinonimo di un “recinto sociale”, con la velocità di fuga di chi ha tutto da conquistare e poco, o nulla, da perdere. Maria Teresa studia, si appassiona, si laurea nonostante il dissenso di quel padre che non crede nelle sue potenzialità.

    Maria Teresa e Giovanni Franza, simbolo di donne che combattono contro gli uomini

    Allora come oggi, l’emancipazione femminile corre lungo i binari di una continua battaglia delle donne per affermare il proprio posto nel mondo.

    E se dietro le battaglie di Maria Teresa c’è un padre ad ostacolarla, per suo fratello Antonio il comportamento del capofamiglia è nettamente opposto. Si ostina a voler passare il comando dell’azienda familiare a lui, il tanto desiderato figlio maschio che tutto saprà gestire, sempre ‘meglio di una donna’. Ma Antonio Franza si rivela incapace nella gestione degli affari, fino al tragico epilogo che lo vede suicida.

    L’amara sconfitta di un figlio equivale a quella di un padre-padrone che non riesce a tollerare una donna al comando. Ed è in questo che compare il senso maschilista del vivere di allora, forte ancora oggi nel retaggio di una società che difficilmente rompe con il passato. E Maria Teresa è figura archetipica del femminismo contro il maschilismo, quella che ancora oggi porta in piazza le voci contro un sistema mai del tutto estinto.

    L’emancipazione vissuta come momento di rottura e ricongiungimento propositivo con la realtà, come dimostra la storia delle grandi donne che hanno combattuto per sé e per intere generazioni. Pensiamo a quanti diritti calpestati ogni giorno, a quante donne subiscono nel silenzio senza mai salire su quel treno che le porterebbe altrove.

    Emancipazione è anzitutto volontà di “alienazione” da un tessuto sociale fortemente restrittivo, che si risolve nella riappropriazione di un’identità soffocata e risorta, da proporre al mondo. Nonostante la storia si sviluppi tra il 1958 e il 1985, non è ancora possibile pensare di aver superato quelle criticità socio-culturali e la netta distinzione tra uomo e donna che permeano ancora i substrati della nostra modernità. Si tratta di una guerra aperta agli stereotipi delle differenze di genere, ancora non del tutto risolta e superata.

    Il sogno sempre vivo di un riscatto sociale è rappresentato da un’altra donna “forte” della fiction, Pina (Francesca Cavallin), che si risolleva dalla sorte di prostituta di provincia che per tutti resterà quella che è. Si ascolta con attenzione e asseconda il suo istinto di libertà, fugge e crea per sé un futuro diverso, grazie alla sua creatività.

    “Di padre in figlia” e la riflessione sul significato dell’emancipazione femminile

    Lungi dall’essere, dunque, un concetto proprio di un solo contesto storico, il significato di emancipazione femminile portato in tv dalla fiction Rai è un contenitore in divenire, che si riempie ogni volta di nuove sfumature. Nel volto delle donne che non si arrendono a una vita decisa per loro da altri, si nasconde il senso profondo di un movimento d’opinione che non può fermarsi qui, ora. E nel ritratto della piccolezza mentale di alcuni uomini, “Di padre in figlia” propone spunti di riflessione che vanno al di là del mero ricordo di tempi che furono.

    Le donne che cercano di emanciparsi sono spesso preda di un cortocircuito sociale che le vorrebbe attrici silenziose del presente e, talvolta, inermi guerriere del futuro. Ma la consapevolezza che la strada da percorrere è lunga c’è: siamo ancora lontani dall’universale rispetto dei diritti delle donne, che hanno già ampiamente dimostrato, in tv come nella realtà, di poter essere artefici del proprio destino.

    Per approfondire ecco i riassunti delle puntate:

    Riassunto prima puntata

    Riassunto seconda puntata

    Riassunto terza puntata

    Riassunto quarta e ultima puntata