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Delitto di Cogne, la storia e i protagonisti del delitto del piccolo Samuele

Delitto di Cogne, la storia e i protagonisti del delitto del piccolo Samuele
da in Cronaca
Ultimo aggiornamento:
    Delitto di Cogne, la storia e i protagonisti del delitto del piccolo Samuele

    AP/LaPresse

    A quindici anni dal delitto di Cogne, riviviamo la storia e i suoi protagonisti. Samuele Lorenzi aveva 3 anni quando venne brutalmente ucciso in casa a Montroz, frazione di Cogne. Era il 30 gennaio 2002. Secondogenito di Annamaria Franzoni e Stefano Lorenzi, il piccolo divenne il simbolo di tutti i bambini uccisi dalle loro madri. L’efferatezza dei colpi e quel corpicino inerme ancora sul lettone dei genitori hanno segnato un profondo solco nella cronaca giudiziaria italiana. Per la morte di suo figlio, nel 2008 ad Annamaria Franzoni fu inflitta una condanna a 16 anni di reclusione, dei quali sei scontati effettivamente in carcere sino al 2014. Si trova ora agli arresti domiciliari grazie a una perizia psichiatrica che il 26 giugno 2014 l’ha portata alla scarcerazione: nessun pericolo di reiterazione del reato, questa la motivazione.

    30 gennaio 2002: una telefonata disperata al 118 alle 8.28 del mattino catapulta Cogne al centro della cronaca nera italiana. A effettuarla è Annamaria Franzoni, madre del piccolo Samuele. Il bimbo, nella ricostruzione della donna ai sanitari, si trova nel suo letto matrimoniale con il cranio fracassato. Le pareti della stanza, fin sopra il soffitto, sono coperte di sangue. Nella villetta dei Lorenzi, ancor prima dei soccorsi, arriva la dottoressa Ada Satragni, medico di famiglia, che ipotizza immediatamente un aneurisma cerebrale. Il problema è che la testa del bambino riporta una profonda ferita con fuoriuscita di materia grigia che la Satragni imputa a un forte episodio convulsivo correlato al fatto che Samuele si è improvvisamente accorto di essere solo in casa (Annamaria racconta di essersi allontanata per accompagnare il primogenito alla fermata del bus): il suo pianto disperato, secondo il medico di base, avrebbe provocato “l’apertura della testa”. All’arrivo dell’elisoccorso del 118 Samuele si trova adagiato all’esterno dell’abitazione. Quello spostamento verrà in seguito attribuito al tentativo delle due donne di accelerare le manovre di recupero del bambino per il successivo trasporto in ospedale. Ai sanitari intervenuti, che renderanno testimonianza nel processo a carico di Annamaria Franzoni, appare lampante la natura violenta delle ferite sulla testa del bambino. L’esame autoptico evidenzia la presenza di almeno 17 colpi da corpo contundente, portati con estrema violenza. Rilevanti sono le tracce di rame repertate nelle ferite, utili a ipotizzare che l’arma del delitto (mai ritrovata) potesse essere un oggetto domestico dello stesso materiale.

    La dottoressa Ada Satragni ha eseguito le prima manovre di rianimazione sul piccolo Samuele. Il volto del piccolo è stato lavato prima di essere spostato fuori dalla villetta in attesa dei soccorsi.

    Queste manovre hanno irrimediabilmente inquinato l’integrità della scena del crimine, da subito apparsa nella sua gravità: le tracce di sangue del bambino, rinvenute nelle indagini successive al sequestro della villetta anche attraverso il luminol, hanno praticamente cosparso l’intera camera matrimoniale dei Lorenzi, soffitto compreso. L’ipotesi dell’aneurisma cerebrale, che secondo la Satragni avrebbe letteralmente fatto esplodere la testa del piccolo, è stata fortemente criticata. Numerosi medici hanno espresso il proprio disappunto in merito a questa “curiosa” quanto improbabile tesi.

    Annamaria e suo marito, Stefano Lorenzi, nel 2004 sporgono denuncia contro un vicino di casa, accusato dai coniugi di essere l’assassino di Samuele. L’uomo, Ulisse Guichardaz, finisce sotto il tiro degli inquirenti e viene sottoposto a numerosi interrogatori. Il suo alibi è di ferro, nonostante il tentativo dei Lorenzi di spostare su di lui l’attenzione. Da questa denuncia, in assenza di prove a carico del vicino indicato dai genitori di Samuele, scaturisce l’accusa di calunnia contro i due. Per Annamaria Franzoni la condanna definitiva a 16 anni di reclusione arriva nel 2008. Sconterà in carcere la pena sino al 2014. Da allora si trova ai domiciliari. Secondo l’accusa avrebbe potuto reiterare il reato, ma la perizia psichiatrica a cui è stata sottoposta ha rigettato questa ipotesi, aprendole le porte di una misura meno restrittiva che le permette di vivere la sua vita di madre e moglie.

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