Confetti neri per Valentina Terracciano, uccisa a soli due anni dalla camorra

Confetti neri per Valentina Terracciano, uccisa a soli due anni dalla camorra
da in La mafia è Donna

    Valentina Terracciano

    I confetti sono i simbolo della festa. Ne esistono di vari tipi: bianchi per il matrimonio, rossi per la laurea, azzurri o rosa a seconda se il bimbo che si battezza è maschietto o femminuccia. Dovrebbero sempre e soltanto celebrare un momento lieto, felice. Eppure, negli ambienti criminali, quelli dove nulla può essere felice, ne esistono anche di tristi, malinconici. Sono i confetti funebri, interamente neri in contrasto con la bara bianca, e si usano soltanto ai funerali dei bambini. Di sicuro furono distribuiti anche al funerale di Valentina Terracciano.

    Oggi sarebbe ancora poco più di una bambina Valentina, avrebbe soltanto 16 anni e probabilmente avrebbe il poster del suo cantante preferito appeso in camera, la sera scambierebbe messaggi su WhatApp con il fidanzatino e, perché no, posterebbe selfie su Facebook.

    Sì, perché quello che più di tutto sconvolge di questa storia è che è avvenuta soltanto quattordici anni fa, eppure già nessuno se la ricorda più, abbiamo preferito dimenticarla, consegnarla subito all’oblio della storia.

    Il 12 novembre del 2000 Valentina aveva soltanto due anni e quella mattina si trovava nel negozio di fiori dello zio a Pollena Trocchia, in provincia di Napoli. Se ne stava in braccio alla madre e al padre e probabilmente era divertita ed entusiasta di quei colori che la circondavano, quando improvvisamente tutto venne offuscato dal fumo. Le raffiche di pistola, infatti, hanno anche il potere di trasformare tutto in grigio e nero, di annullare i colori e così la loro vivacità e soprattutto l’allegria che trasmettono.

    Un commando composto da quattro persone, a bordo di due motociclette, aveva aperto il fuoco contro il negozio di fiori con l’obiettivo di uccidere Fausto Terracciano, lo zio di Valentina. Non sempre, però, i proiettili seguono davvero la traiettoria che vorrebbe chi spara: come non esistono bombe, non esistono neanche proiettili intelligenti e a pagare alla fine sono soprattutto gli innocenti. Innocenti proprio come era Valentina.

    A dire il vero innocente era pure lo zio di Valentina e doveva essere colpito, come vendetta trasversale, soltanto perché era il fratellastro di Domenico Arlistico, ma alla fine non rimase nemmeno ferito.

    Feriti furono invece i genitori di Valentina e la piccola, fino a trovare la morte.

    L’assassinio di una bambina di due anni, però, è un’infamia che la camorra non può sopportare. E non perché è un delitto che nemmeno le loro coscienze possono sopportare, ma perché l’omicidio di un bambino scatena l’indignazione dell’opinione pubblica e la reazione di quello Stato che si ricorda di intervenire soltanto dopo le tragedie e quindi l’antipatia degli altri clan.

    Così l’anti-Stato organizza la sua giustizia, del tutto privata e arbitraria, di quelle che provocano altra violenza e altri morti, forse – a loro modo – anch’essi innocenti. Come può essere innocente un qualsiasi ventenne a cui viene messa in mano una pistola, fatto sentire importante e chiesto di sparare, salvo poi attirarlo in una trappola e farlo fuori non appena non serve più.

    Il clan Veneruso, dopo ordinato l’agguato mortale di Pollena Trocchia, ha infatti prima nascosto Carmine De Simone, Ciro Improta, Ciro Molaro e Pasquale Fiorillo (tutti fra i 23 e i 24 anni e tutti originari di Somma Vesuviana) fra Caianello, in provincia di Caserta, e Ladispoli, in provincia di Roma, e poi li ha attirati a Cerveteri, dove ha tentato di giustiziarli. Qualcosa, però, deve essere andato storto e così Molaro e Fiorillo, che erano gli autisti del gruppo di fuoco, sono riusciti a salvarsi.

    Soltanto allora lo Stato ha deciso di tirare finalmente fuori gli artigli e nel 2013, ben tredici anni dopo, ha condannato definitivamente all’ergastolo Gennaro Veneruso, ma prima ha lasciato vittime sul campo una bambina innocente di appena due anni e due ventenni forse meno colpevoli di quanto si possa pensare.

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