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Codice rosa al pronto soccorso: cos’è, come funziona e punti critici

Codice rosa al pronto soccorso: cos’è, come funziona e punti critici
da in Cronaca, Violenza sulle donne
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    Codice rosa al pronto soccorso

    Il codice rosa al pronto soccorso per tutelare le donne vittime di aggressioni, maltattamenti e violenze sessuali o domestiche sta scatenando l’ira delle associazioni femministe e dei centri antiviolenza. Diversi parlamentari capitanati da Fabrizia Giuliani del Partito Democratico hanno presentato un emendamento alla legge di Stabilità per istituire all’interno di tutti gli ospedali italiani dei percorsi protetti per le donne abusate che si trovano in situazione di debolezza o vulnerabilità, pur non mostrando segni di violenza esplicita.

    Il codice rosa identifica un percorso speciale di accesso al pronto soccorso riservato a tutte le vittime di violenze. Il progetto pilota è nato nel 2010 nell’Azienda USL 9 di Grosseto e l’anno seguente è diventato regionale grazie alla sottoscrizione del protocollo d’intesa tra la Regione Toscana e la Procura Generale della Repubblica di Firenze. “L’esperienza di Grosseto ci dimostra con i suoi dati che solo una tutela coordinata e tempestiva può essere efficace – ha detto Chiara Gribaudo, vicecapogruppo PD alla Camera dei deputati – Non a caso è stata presa ad esempio in molte altre aziende sanitarie del Paese, come testimonia il progetto pionieristico del Codice Rosa Bianca avviato dalla Fiaso lo scorso anno. Per questo credo che il lavoro fatto sia utile ed equilibrato: non nel senso di creare percorsi rigidi ma per mettere finalmente a sistema la collaborazione che è indispensabile tra varie competenze, prevedendo ad esempio specifici gruppi multidisciplinari con chiari protocolli e responsabilità. Mi pare quindi che non si voglia assolutamente andare contro qualcuno – ha proseguito la parlamentare del PD -, ma al contrario valorizzare le professionalità di tutti, a partire da quella maturata dai Centri antiviolenza, favorendo sempre di più la libertà di scelta della donna”.

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    Nel momento in cui viene assegnato il codice rosa, si attiva il gruppo operativo composto da personale sanitario (medici, infermieri, psicologi) e dalle forze dell’ordine per dare cura e sostegno alla vittima in una stanza apposita all’interno del pronto soccorso, la Stanza Rosa, e al tempo stesso avviare le procedure di indagine per individuare l’autore della violenza. Lo scopo principale del progetto è proprio quello di coordinare e mettere in rete le diverse istituzioni e competenze per dare una risposta efficace e tempestiva grazie al lavoro dei gruppi operativi interforze: ASL, Procura della Repubblica e Forze dell’ordine. I gruppi operativi interforze operano mediante procedure condivise che consentono di fornire dati utili all’Autorità Giudiziaria.

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    D.i.Re, UDI, Casa Internazionale delle Donne, Telefono Rosa, Fondazione Pangea, Ferite a morte, Lenove e Be Free sono sul piede di guerra e hanno lanciato un appello affinché l’emendamento venga ritirato poiché questa misura configura un percorso obbligatorio e a senso unico. Le associazioni hanno fatto notare che sono anni che il Ministero dell’Interno e quello della Sanità cercano di far passare il “Codice Rosa” come soluzione del problema della violenza maschile contro le donne, nonostante il parere contrario e l’opposizione di tutti coloro che hanno esperienza in questo campo, innanzitutto i Centri Antiviolenza, il mondo dell’associazionismo delle donne, le organizzazioni sui diritti umani. “Una donna che si rivolge al pronto soccorso sarebbe automaticamente costretta ad un tracciato rigido – si legge nel comunicato -, senza poter decidere autonomamente come uscire dalla violenza, e si troverebbe di fronte un magistrato o un rappresentante della polizia giudiziaria, prima ancora di poter parlare con una operatrice di un centro antiviolenza che la sostenga nelle sue libere decisioni”. Secondo le associazioni delle donne, molte vittime impaurite dell’immediato procedimento giudiziario comincerebbero ad avere paura. La filosofa e saggista Michela Marzano ha criticato questa misura anche perché si tende a “considerare ancora una volta le donne come soggetti deboli, incapaci di difendersi, e per le quali è lo Stato a dover scegliere come tutelarsi”. Per diverse esponenti del mondo dell’associazionismo femminile questa misura è una “trappola” del codice rosa.

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