Chi era Giulio Regeni, lo studente ucciso per il quale si deve chiedere giustizia

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    Chi era Giulio Regeni, lo studente ucciso per il quale si deve chiedere giustizia

    E’ passato un anno dalla morte di Giulio Regeni, il ricercatore italiano barbaramente assassinato in Egitto e di cui ancora oggi si attendono verità.

    Sono stati infatti 12 mesi di depistaggi mentre il dolore, la memoria, il desiderio di giustizia restano. Proprio oggi sono previsti in tutta Italia manifestazioni e incontri per ricordare chi era Giulio Regeni, lo studente ucciso per il quale si deve chiedere giustizia.

    Amnesty International Italia promuove la giornata di mobilitazione #365giornisenzaGiulio. Il portavoce Riccardo Noury accusa una situazione gravissima: “Oggi in Egitto ci sono “centinaia di persone scomparse, così come accadeva in America Latina negli anni ’70-’80″ e quindi “se non si risale alla catena di comando che lega l’operato materiale di chi ha sequestrato, fatto sparire, torturato non si arriverà mai alla verità”.

    Il 25 gennaio è esattamente il giorno della scomparsa dello studente friulano di 28 anni, dottorando alla Cambridge University, ritrovato senza vita alla periferia del Cairo, uno degli avvenimenti che ha segnato l’Italia nel 2016.

    Amava l’estero, dove ha passato i suoi ultimi anni di vita: gli ultimi tre anni di liceo nel New Mexico, negli Stati Uniti, l’Università in Inghilterra; prima a Oxford dove ha conseguito una laurea a indirizzo umanistico e poi il dottorato a Cambridge, che lo aveva portato al Cairo, dove faceva ricerche per una tesi sull’economia locale.

    Era appassionato di studi sul Medio Oriente, parlava arabo e inglese perfettamente, aveva vinto due premi nel 2012 e nel 2013 al concorso internazionale ”Europa e giovani” promosso dall’Istituto regionale per gli studi europei per ricerche e approfondimenti sul Medio Oriente.

    Collaborava, sotto pseudonimo, con il Manifesto, per il quale redigeva articoli su movimenti operai e di sindacalismo indipendente. Sono molte le verità scomode che gettano ombra sulla sua morte. Una cosa però è certa: prima di morire Giulio Regeni è stato torturato per tre giorni e gli è stato spezzato l’osso del collo. Sul suo corpo c’erano anche i segni di un violento pestaggio e numerose abrasioni e lesioni. Il feretro è rientrato in Italia sabato 6 febbraio con un volo dell’Egypt Air dopo di che è stata eseguita l’autopsia che ha confermato la tortura.

    Perchè le autorità egiziane non supportano le ricerche? I depistaggi e le bugie

    Fin da subito è stata accusata una mancanza di collaborazione del governo egiziano. Nonostante le dichiarazioni di cordoglio, di fatto gli investigatori italiani al Cairo non hanno avuto inizialmente accesso né agli atti dell’inchiesta né hanno potuto incontrare chi stava conducendo gli accertamenti.

    Il 4 febbraio avviene qualcosa di ancora più grave: la polizia egiziana dice di aver arrestato due persone legate all’omicidio di Regeni. In realtà erano due sospettati, che sono stati poi rilasciati. Per gli investigatori italiani è stato un tentativo di chiudere in fretta la vicenda.

    Ci sono state poi versioni contrastanti da parte dello stesso governo egiziano: prima sosteneva la tesi di un tragico incidente stradale, poi ha negato i segni di tortura.

    Ad un certo punto si ipotizza che Giulio fosse una spia, cosa che la famiglia Regeni, attraverso il proprio legale, smentisce categoricamente.

    Arriva poi un altro importante depistaggio da parte dell e autorità egiziane: comunicano l’uccisione in un blitz di una banda di 5 persone responsabili di rapine e nei sequestri ai danni degli stranieri. Il collegamento al caso Regeni è immediato: sostengono di aver recuperato, nella casa di Giulio un componente della presunta banda, una borsa con tutti gli effetti personali del ricercatore italiano. La messinscena è però durata poche ore.

    L’11 aprile per l’Egitto le indagini sono formalmente chiuse, nonostante arrivino delle accuse pesantissime da parte di un ex ufficiale della polizia egiziana esiliato negli Usa, con tanto di nomi. Racconta: “L’ordine di uccidere Regeni è arrivato dall’alto. Ecco i nomi dei responsabili: il capo di gabinetto di Al Sisi, Abbas Kamel, che lo ha fatto trasferire per farlo interrogare dai servizi segreti militari; il generale Mohamed Faraj Shehat, direttore dei servizi segreti militari. Naturalmente il ministro degli Interni Magdy Abdel Ghaffar e il presidente Al Sisi erano al corrente già dal trasferimento”.

    Gli appelli del governo e della famiglia

    Paola Deffendi, la mamma di Giulio Regeni che da sempre lotta per la verità: “Basta depistaggi e azioni diplomatiche poco incisive. La battaglia per la verità deve andare avanti. Tutti quelli che sanno, hanno visto o sentito cosa è successo a Giulio in quei terribili otto giorni, lo dicano”.

    L’Espresso lancia una piattaforma protetta per raccogliere testimonianze di whistleblower, ossia anonime, sulle torture e le violazioni dei diritti umani per chiedere giustizia per Giulio e per tutti i Regeni d’Egitto. Il Governo Italiano ha più volte intimato a quello egiziano di collaborare, la stessa richiesta che arriva dal Parlamento Europeo. L’8 aprile il Governo manda un segnale forte: richiama l’ambasciatore dal Cairo, Maurizio Massari, ufficialmente per consultazioni, ma evidente segno che la collaborazione non è andata a buon fine.

    L’Italia è ancora al lavoro per la ricerca della verità, come affermano le parole del ministro degli Esteri Angelino Alfano: “Rivolgo a Giulio Regeni un pensiero commosso, insieme alla prosecuzione dell’impegno per la ricerca della verità, che non verrà mai meno. Sulla ricerca della verità è impegnato il nostro sistema giudiziario e quello diplomatico”.

    Le ultime svolte sul caso Regeni: l’audio dell’ambulante

    Il 28 dicembre il capo del Sindacato degli Ambulanti Mohamed Abdallah confessa di aver denunciato Giulio e conferma la sua collaborazione con i servizi segreti: “Noi stiamo dalla loro parte, Giulio faceva troppe domande sulla sicurezza nazionale. Lo avranno ucciso le persone che lo hanno mandato qua, dopo che io l’ho fatto scoprire. Sono orgoglioso di averlo fatto e ogni buon egiziano, al mio posto, avrebbe fatto lo stesso”. Giusto oggi gli inquirenti italiani hanno diffuso l’audio del colloquio con il venditore ambulante che lo ha denunciato, un incontro che ha segnato la sua condanna a morte.

    La mobilitazione in programma per Giulio

    La mobilitazione è in tutta Italia, l’appuntamento principale è previsto all’Università La Sapienza di Roma. A tutti i partecipanti sarà dato un cartello con un numero, da 1 a 365, per ricordare i giorni che sono passati dalla scomparsa di Giulio. Alle 19.41, l’ora in cui Giulio Regeni uscì dalla sua abitazione al Cairo, prima della scomparsa, verranno accese fiaccole. Gentiloni rinnova nel suo messaggio “l’Impegno con la magistratura per ottenere la verità per Giulio Regeni.

    “Da un anno l’Italia piange l’uccisione di un suo giovane studioso, Giulio Regeni, senza che si sia potuto far piena luce sulla tragica vicenda, malgrado gli sforzi intensi della nostra magistratura e della nostra diplomazia”, dice Mattarella.

    Da quel 25 gennaio, i familiari non si sono mai dati per vinti. “E’ stato un anno intenso, terribile, un viaggio nell’orrore che diventa sempre più profondo man mano che ci addentriamo nei particolari: abbiamo visto e stiamo vedendo proprio tutto il male del mondo“, ha detto oggi la famiglia Regeni.

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