Natale 2016

Centri antiviolenza, Titti Carrano: «Seimila euro in due anni non bastano»

Centri antiviolenza, Titti Carrano: «Seimila euro in due anni non bastano»
da in Cronaca, Violenza sulle donne

    titti carrano dire

    La violenza sulle donne è un argomento sempre attuale, che si deve però necessariamente slegare da quello dell’emergenza: non succede una volta ogni tanto, è un problema strutturale, legato alla cultura e che per essere sradicato e delegittimato deve essere affrontato a viso aperto, senza la scusa dell’”emergenza sociale”. Cosa stanno facendo le istituzioni per affrontare questo problema? Cosa è stato fatto fino adesso? A maggio avevamo parlato con Titti Carrano, la presidente dell’Associazione Dire, la rete che raccoglie il più alto numero di centri antiviolenza in Italia, e in occasione della Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne, che si celebra il 25 novembre, vogliamo capire se ci siano stati passi in avanti.

    I finanziamenti della Legge 119 del 2013 sono stati sbloccati?
    «Per gli anni 2013-2014 i finanziamenti sono stati sbloccati, i centri di fatto non li hanno ancora ricevuti perché dobbiamo aspettare i tempi burocratici. Saranno le regioni a dover stanziare questi fondi, è loro la competenza. Il problema è che, secondo la mappatura fatta, a ogni centro andrà in realtà ben poco: sono stati infatti compresi in questi finanziamenti anche centri pubblici e privati che si occupano di situazioni di disagio generico, contravvenendo di fatto la convenzione di Istanbul che obbliga gli Stati a disporre di adeguate risorse finanziarie per contrastare la violenza di genere. Il decreto invece mette in atto una mappatura assurda che comprende addirittura 352 centri antiviolenza mentre in Italia ce ne sono circa un centinaio che si occupano in modo specifico di violenza contro le donne . La cifra totale viene quindi ripartita tra tutte queste realtà, arrivando a circa 6mila euro nel biennio per ogni centro, somma che basta a malapena a coprire le utenze. Noi ci auguriamo ovviamente che siano solo delle cifre aggiuntive e non sostitutive a quelle che i centri locali già predispongono. La situazione dei centri antiviolenza non è di fatto purtroppo cambiata, sono sempre in forte sofferenza, e tantissimi rimangono a rischio chiusura».

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    Avete denunciato questa situazione? Gli appelli alle istituzioni sono stati ascoltati?
    «Il 10 luglio 2014 è stata organizzata una giornata di mobilitazione, davanti alla sede della conferenza Stato Regione per sottolineare i criteri che penalizzano di fatto i centri antiviolenza e legittimano luoghi che si occupano di problematiche distanti dalla violenza. Non vengono valorizzati i centri e la loro esperienza sul campo. Oggi c’è da denunciare un’altra grave situazione. Il 27 novembre ci sarà in Conferenza Unificata l’intesa sulla definizione di centro antiviolenza e casa rifugio con requisiti strutturali ed organizzativi per poter accedere ai finanziamenti previsti dalla legge 119/2013 per il 2015 e anni successivi. Qui si gioca l’esistenza dei nostri centri, della nostra metodologia, della nostra storia. E’ addirittura prevista la presenza di operatori (quindi componente maschile) all’interno dei centri antiviolenza e questo è inaccettabile. Si cancella completamente quella che è la metodologia dei centri antiviolenza con la relazione tra donne.

    Sono anche richiesti requisiti minimi che non tutti i centri hanno: un numero attivo 24h/24 e apertura di almeno 5 giorni a settimana. Questo sarebbe auspicabile se ci fossero finanziamenti adeguati, costanti e soprattutto in grado di garantire tutto ciò. La realtà è ben diversa»

    Recentemente avete preso le distanze dai documenti elaborati dai tavoli di lavoro della task force interministeriale contro la violenza sulle donne. Cosa contestate in particolare?
    «Non c’è stato una vero e proprio processo partecipato delle associazioni. Con il Governo Renzi, i lavori fatti con il precedente esecutivo hanno subito una battuta d’arresto, solo di recente sono ripresi e i risultati finali non sono stati comunque soddisfacenti. In particolar modo per quello che riguarda gli sportelli del codice rosa aperti all’interno degli ospedali. L’accoglienza delle donne al pronto soccorso deve avere fin da subito un contatto diretto con le operatrici dei centri antiviolenza. Molte donne ancora oggi non dicono di aver subito violenza ma si nascondono, per paura, dietro all’incidente domestico. È importante che la donna sia accolta in modo non giudicante, che anche la denuncia debba essere sempre una sua scelta. Il percorso di libertà deve essere previsto, mentre invece rimaniamo purtroppo sempre concentrati sul problema di ordine pubblico, rimane costante la posizione di stato d’emergenza della violenza contro le donne».

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    Anche la richiesta di avere un contatto diretto con le istituzioni è stato accolto solo in parte.
    «Il Presidente del Consiglio ha mantenuto a sé la delega del Ministero per le pari Opportunità, nominando una consigliera, l’onorevole Martelli, con la quale sono stati avviati dei primi incontri, ma che di fatto non ha poteri di delega. Ci sono delle scadenze importanti a cui dobbiamo far fronte per discutere del nuovo piano antiviolenza. Noi chiediamo che il Governo risponda degli obblighi che ha assunto con la convenzione di Istanbul, riconoscendo la specificità del centro antiviolenza gestito da sole donne, dove chi subisce violenza possa davvero cominciare il suo percorso di libertà».

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