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Bambini rapiti dall’Isis, i racconti di un’infanzia rubata: “Quando crescerai ti farai saltare in aria”

Bambini rapiti dall’Isis, i racconti di un’infanzia rubata: “Quando crescerai ti farai saltare in aria”

Il drammatico racconto di una vita sotto le catene dello Stato Islamico: le confessioni choc dei bambini yazidi rapiti dall'Isis, tra privazioni, indottrinamento e quella promessa del Paradiso in cambio del martirio come kamikaze. Il racconto drammatico di un'infanzia sconvolta.

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    Bambini rapiti dall’Isis, i racconti di un’infanzia rubata: “Quando crescerai ti farai saltare in aria”

    AP/LaPresse

    I bambini yazidi rapiti dall’Isis raccontano la loro infanzia rubata. Cresceranno sulle macerie delle loro anime, e forse riusciranno a diventare uomini prima di venire uccisi o di farsi esplodere perché costretti a credere in un Eden da pagare a carissimo prezzo. Sono stati sequestrati dai miliziani del sedicente Stato Islamico durante l’occupazione di Mosul iniziata nel 2014, e dei territori iracheni in cui il Califfato ha istituito una roccaforte per la guerra contro le forze anti-Isis. Bambini strappati alle loro famiglie per essere addestrati a diventare kamikaze. La loro giovane età è già colma di dolore e atrocità, e il loro racconto fa inorridire e riflettere. Anni di durissima prigionia, senza giochi, poco cibo e una sola missione: “Quando crescerai ti farai saltare in aria”.

    Davanti ai loro occhi non avevano giocattoli, e non potevano contare su un gesto d’affetto: per i bambini della popolazione yazida il destino ha riservato un posto in prima fila davanti alle barbarie dell’Isis. Non solo spettatori, però, ma protagonisti del jihad: assoldati dal Califfato per diventare martiri, hanno imbracciato fucili, indossato cinture esplosive e talvolta ucciso. La loro colpa? Appartenere a una delle tante etnie nel mirino del califfo Abu Bakr al-Baghdadi, che nel 2014 ha messo in atto una sanguinosa persecuzione contro gli yazidi nella piana di Ninive. Catturati e venduti come schiavi, arruolati nell’esercito nero di tagliagole e preparati a morire facendosi saltare in aria: questa è la loro sorte. Le madri forse non li rivedranno più, e alcune si arruoleranno tra le donne che combattono sul campo contro Isis.

    Mosul, si continua a combattere

    AP/LaPresse
    Alcuni sono sopravvissuti a quell’orrore e hanno raccontato la loro verità sulla prigionia. Si tratta di una storia che si intreccia con la fuga di almeno 500.000 civili dall’area di Mosul, attualmente teatro di scontri tra le forze di sicurezza irachene e i jihadisti di Daesh. Molti di loro sono finiti nelle mass graves, le fosse comuni in cui Isis ha sepolto i corpi di migliaia di vittime del genocidio degli yazidi.

    Una volta catturati, i bambini sono entrati a far parte di un ciclo di addestramento per trasformarsi in kamikaze.

    Avrebbero dovuto farsi esplodere per creare il maggior numero di morti possibile e conquistare una fetta di Paradiso circondati dalle vergini. Per giorni senza cibo, venivano fatti sedere davanti ad uno schermo a guardare per ore i macabri rituali del jihad. Lapidazioni, decapitazioni, attacchi kamikaze e guerriglia contro l’Occidente nemico.

    Ahmed Ameen Koro ha 17 anni e ha raccontato quell’esperienza senza filtri all’Associated Press, dando la misura di quale sia l’entità del trauma per questi bambini: “Ho ancora molta paura. Non riesco a dormire bene, li vedo anche quando sogno”. Ora è al sicuro, in un campo profughi nel Kurdistan iracheno, ma difficilmente supererà lo shock.
    È stato catturato dai miliziani nel 2014, all’alba dell’occupazione di Mosul. Ha perso metà della sua famiglia, suo padre è scomparso nel nulla e al suo rapimento ha fatto seguito un durissimo percorso di indottrinamento al jihad. “Sono ancora molto spaventato, erano tutti grandi uomini barbuti, sembravano dei mostri”.

    Insieme ad altri 200 bambini yazidi è stato costretto a studiare il Corano, con un’unica missione finale: “Quando crescerai ti farai saltare in aria”, ricorda Ahmed. I fucili d’assalto kalashnikov erano gli unici strumenti a portata di mano, oltre al cuore gonfio di paura. E cos’è l’Isis Ahmed lo sa perfettamente: aveva un solo dictat da seguire, e se avesse opposto resistenza sarebbe finito insieme a chissà quanti in una fossa comune.
    Nel 2015 è riuscito a scappare percorrendo a piedi 90 km, conquistando la libertà.

    Akram è stato rapito a 7 anni, e ha perso i suoi genitori poco prima di essere condotto dall’Isis in Siria, a Raqqa. Come tanti altri bambini ha sul corpo vistose cicatrici di quell’esperienza.
    Le torture dei soldati del Califfato assumono un contorno ancora più sinistro nel suo racconto: i bambini sono stati picchiati selvaggiamente, anche al minimo accenno di pianto.
    Non essendo fisicamente predisposto al combattimento, i miliziani lo hanno ridotto in schiavitù.
    La liberazione di Akram è avvenuta dietro il pagamento di un riscatto di 10.500 dollari. La sua prigionia è terminata dopo due anni, ma quello che sarebbe potuto accadere è comune a centinaia di bambini senza futuro che muoiono nel nome del jihad.

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