Bambini nelle carceri in Italia, quanti sono e cosa prevede la legge

Attualmente in carcere in Italia vivono 60 bambini da 0 a 6 anni, che condividono la reclusione con la madre. Negli ultimi anni molti politici hanno promesso un cambiamento non ancora avvenuto. In alternativa alla prigione esistono nuove realtà, come gli Icam, strutture detentive più leggere, o le case famiglia, veri e propri appartamenti dove mamme e bambini possono condurre una vita il più possibile normale

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    Bambini nelle carceri in Italia, quanti sono e cosa prevede la legge

    In Italia, attualmente, ci sono 60 bambini, da 0 a 6 anni che vivono in carcere con le madri, condividendone la reclusione, sebbene in forma più attenuata. La madre, al momento di entrare in carcere può scegliere se staccarsi dal figlio o meno, ma in moltissimi casi, si tratta di una scelta obbligata, non avendo ad esempio nessun parente a cui lasciare il figlio, oppure semplicemente è ancora troppo piccolo per staccarsi dalla madre. In Italia negli ultimi anni ci sono stati cinque interventi legislativi, ma le cose non sono ancora cambiate, e i bambini rimangono così, innocenti, dietro le sbarre.

    Bambini in carcere, le promesse dei politici

    Quella di portare i figli in carcere è una possibilità prevista dalla legge 354 del 1975, che la concede alle madri di bambini da 0 a tre anni. L’obiettivo primario è quello di evitare il distacco o, per lo meno, di ritardarlo. Ma gli effetti su chi trascorre i suoi primi anni di vita in cella sono devastanti e permanenti. Molti i politici che negli ultimi anni hanno promesso di cambiare questa situazione, come Angelino Alfano che nel 2009 dichiarò che avrebbero approvato una riforma del codice carcerario perché “un bambino non può stare in cella”. Nel 2015 l’attuale ministro della Giustizia Andrea Orlando promise che “ entro la fine dell’anno nessun bambino sarà più detenuto. Sarà la fine di questa vergogna contro il senso di umanità”.

    Bambini dietro le sbarre, che cosa prevede la legge

    L’istituto penitenziario che reclude il maggior numero di bambini si trova attualmente a Roma ed è il Rebibbia femminile “Germana Stefanini“, una delle strutture più attrezzate dove vivono circa quindici bambini, quasi tutti sotto i tre anni di età. Ma erano 21 prima della sentenza Torreggiani (la decisione con la quale la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo stabilì che «il prigioniero sia detenuto in condizioni compatibili con il rispetto della dignità umana»), quasi tutti di origine rom. La prevalenza di bambini- e quindi di mamme rom- nelle carceri si spiega con l’alta percentuale di recidiva che impedisce loro di accedere alle pene alternative. Nel 2001 era intervenuta la legge Finocchiaro, che ha introdotto modifiche al codice di procedura penale, favorendo l’accesso delle madri con figli a carico alle misure cautelari alternative. La questione è però rimasta inalterata per detenute rom, straniere o senza famiglia che, non avendo una dimora fissa, non possono usufruire degli arresti domiciliari.

    CARCERI: INAUGURATO A REBIBBIA GIARDINO PER FIGLI DETENUTE
    Il giardino dedicato ai figli delle detenute, all’interno del carcere di Rebibbia ( Roma) / Ansa

    Le case famiglia, alternative umane alla carcere

    Per cercare di risolvere questo problema nel 2011 era stata approvata una nuova legge che consente, salvo i casi di eccezionali esigenze cautelari dovute a gravi reati, la possibilità di scontare la pena in una Casa famiglia protetta, dove le donne che non hanno un posto possono trascorrere la detenzione domiciliare portando con sé i bambini fino a 10 anni. Le case famiglia sono dei veri e propri appartamenti, dove le madri, e soprattutto i bambini, possono condurre una vita più normale, andando a scuola o uscendo a giocare.

    Icam, cosa sono e cosa prevedono

    L’alternativa alle case famiglia è costituita dagli Icam –istituto a custodia attenuata per detenute madri – strutture detentive più leggere, istituite in via sperimentale nel 2006 per permettere alle madri di tenere con sé i figli, laddove non possano beneficiare di alternative alla detenzione in carcere. L’ambiente appare più familiare al bambino, gli agenti sono in borghese e vi è un’alta presenza di educatori ma rimane un carcere a tutti gli effetti, con sbarre alle finestre, porte blindate e videosorveglianza. Di giorno le porte rimangono aperte ma alle 20,00 una poliziotta penitenziaria passa a rinchiuderli. L’unico momento di libertà per questi bambini è il sabato, il loro giorno libero, quando accompagnati da volontari, possono uscire dal carcere. Questi “sabati di libertà” sono stati fortemente voluti da Leda Colombini, fondatrice dell’associazione “A Roma insieme”, che si è battuta per anni per permettere a questi bambini di vedere il mondo esterno, anche solo per un giorno alla settimana.

    Bambini in carcere, una questione complessa

    La situazione dei bambini nelle carceri italiane può gridare allo scandalo ma si tratta a tutti gli effetti di una questione molto complessa. È fondamentale infatti, garantire tre differenti necessità, ognuna ugualmente importante, ossia garantire l’espiazione della pena, la tutela dei diritti del bambino e la tutela del rapporto tra madre e figlio, specialmente quando si tratta di un neonato. In quest’ultimo caso, non è infatti possibile ipotizzare la separazione di una madre dal figlio al momento dell’ingresso in carcere.