Natale 2016

Bambini iperattivi e con deficit di attenzione in aumento: in Usa è colpito un bambino su 5

Bambini iperattivi e con deficit di attenzione in aumento: in Usa è colpito un bambino su 5
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    Bambini iperattivi e disattenti per noia, cattiva alimentazione e clima non sereno a casa

    Sono sempre di più i bambini affetti da deficit di attenzione e iperattività: secondo uno studio solo negli Usa negli ultimi 5 anni è triplicato il numero; un bambino su cinque ne soffre.
    Il “Disturbo Deficitario dell’Attenzione/Iperattività” (ADHD) indica un disturbo del comportamento dovuto ad una perturbazione del trattamento dell’informazione da parte del cervello dove si presenta un problema neurologico o biochimico. Ci sarebbe una componente innata, data da fattori ereditari ed una educativo-ambientale, che quindi riterrebbe responsabili l’ambiente, i genitori e la situazione in cui si vive. In genere si manifesta con disattenzione, impulsività, difficoltà nell’apprendimento, incapacità di stare fermi e seduti a lungo, difficoltà a fare giochi tranquilli.

    In genere si manifesta in maniera più visibile intorno ai sei-sette anni. In questa fase è facile individuarlo grazie agli scarsi risultati scolastici, all’ intolleranza alla frustrazione, accessi d’ira, prepotenza, il rifiuto da parte dei coetanei. Altri sintomi di allarme sono la labilità d’umore, la demoralizzazione, disforia e la scarsa autostima. Può continuare in età adolescenziale e può persistere in età adulta, con sintomi diversi. Negli adulti infatti può generare personalità antisociali, problemi psichiatrici e può essere associato ad alcolismo, criminalità e basso livello accademico ed occupazionale.
    Le cause, oltre a quelle genetiche e relative all’ambiente possono essere ricercate anche nella cattiva alimentazione e nella noia cronica. Alcuni medici ritengono infatti che gli additivi chimici alimentari possano determinare il disturbo di iperattività. Sarebbero responsabili coloranti, edulcoranti, conservanti. Già più di 30 anni fa un allergologo, Benjamin Feingold, dimostrò che i bambini iperattivi, se sottoposti ad una dieta priva di additivi e coloranti alimentari, miglioravano sensibilmente il loro comportamento. Sarebbero da evitare cibi da fast food, patatine confezionate, bevande gasate e con molto zucchero. Sì invece ad una ad una dieta ricca di omega 3, fibre e quindi pesce, verdura, legumi e cibi integrali. Anche la noia contribuisce ad alimentare il disturbo. I bambini hanno infatti bisogno di uscire all’aria aperta, fare attività ludiche. Il tutto dovrebbe essere coadiuvato da una terapia psicologica che coinvolga genitori e insegnanti.

    Secondo uno studio condotto da Michael Fitzgerald del Trinity College di Dublino, l’iperattività e la disattenzione sarebbero da attribuire alla creatività e al genio. Secondo la sua ricerca ha infatti dedotto che molte personalità di successo fossero affette da tale sindrome. Degli esempi? Kurt Cobain, Pablo Picasso, Oscar Wilde, Thomas Edison: geni, ognuno nel proprio campo. E questa genialità sarebbe stata data, secondo lo studioso, proprio dall’ADHD.
    Sarebbe un disagio che si trasforma in vantaggio. Motivo? Le persone affette da tale disturbo hanno la capacità di “iperfocalizzarsi” sulle cose che li interessano, li stimolano. Il risultato è quello della creazione di qualcosa di grande in campo artistico, letterario, musicale, scientifico. C’è però l’altro lato della medaglia: sempre secondo l’esperto, il disturbo oltre all’estro, donerebbe anche la forte spinta a correre rischi. Se da un lato il rischio può far osare e creare, dall’altro può portare all’auto- distruzione. Soprattutto per l’utilizzo dei farmaci: per la cura si utilizza l’atomoxetina e il metilfenidato. Gli effetti collaterali che posso avere sono devastanti: l’atomexina può produrre allucinazioni e tendenze suicide, e il metilfenidato è un’anfetamina appartenente allo stesso gruppo dei narcotici come l’eroina, la morfina e la cocaina.

    COME RICONOSCERE UN BAMBINO IPERATTIVO

    Purtroppo i casi eclatanti saltati alle cronache sono quelle di morte legate ad un utilizzo errato di psicofarmaci o comunque sugli effetti collaterali degli psicofarmaci. Nel 2010 in Italia ci fu il caso-scandalo della somministrazione incontrollata di farmaci ai bambini iperattivi. Particolare fu il caso di Gabriele, un bambino down iperattivo. Senza firmare nessun consenso informato, alla madre venne detto di far assumere al figlio un farmaco che doveva essere “miracoloso”. Da quel momento il bambino ha dato evidenze di autolesionismo: graffiava, mordeva sé stesso e chi gli stava accanto, aveva atteggiamenti violenti.

    L’intuizione della madre fu di sospendere lo psicofarmaco, ma non era informata su come fare. Dopo vari consulti, riuscì ad interrompere la terapia al figlio e Gabriele tornò ad essere sereno, a sorridere. Il caso venne portato alla luce dall’associazione “Giù le mani dai bambini” e venne interpellato l’Istituto Superiore della Sanità, che emise rigidi protocolli di intervento. La richiesta unanime fu quella di informare sui rischi di effetti collaterali.
    I casi di cronaca che vengono dall’America invece hanno un triste epilogo. Come quello di Raymond Perrone (1975-1985). Nel febbraio 1985, Raymond venne classificato come “iperattivo” e gli vennero prescritti dei farmaci stimolanti come trattamento. Quattro mesi più tardi Raymond si uccise impiccandosi: era da due giorni in astinenza dallo stimolante prescritto dallo psichiatra. La madre non era mai stata avvertita sugli effetti collaterali legati all’astinenza di quella sostanza.

    A Shaina Dunkle (1991-2001) invece, in seconda elementare, gli insegnanti dissero che era “troppo attiva” e che “parlava troppo”. Uno psichiatra le diagnosticò l’ADHD e le prescrisse uno psicofarmaco. Il 26 febbraio 2001 l’infermiera della scuola telefonò a sua madre e le disse che Shaina aveva avuto una leggera crisi. Quando arrivò era già troppo tardi: Shaina iniziò ad avere delle convulsioini. La bambina, dopo pochi secondi, morì tra le braccia della madre. Aveva 10 anni.

    Nel 2014 arrivò nelle sale cinematografiche il docu-film di Stella Savino ADHD Rush Hour: un viaggio tra Usa e Europa indagando la malattia. Il “rush hour“, ossia l’ora di punta, è espressione di una società che non si ferma mai. Il film mostra come i criteri della diagnosi della malattia variano da paese a paese; è stato questo ad interessare la regista. Si nota come la percezione della malattia nei paesi anglosassoni sia molto alta, mentre scende nei paesi mediterranei come Italia e Spagna. Motivo? Colpa del rush hour, che indica la società sempre in movimento, piena di competizione. In Italia invece, dove esiste ancora un’attenzione sociale molto forte alla famiglia, cala drasticamente. Il denominatore comune è invece la cura, le anfetamine.
    Nel film si racconta la storia di due bambini: Zache e Armando. Il primo è un bimbo americano di 10 anni, a cui è stata diagnosticata l’ADHD al primo anno di asilo e al quale da allora la mamma Tracye dà, come prescritto, gli psicofarmaci. A curarlo, che altro non significa che renderlo capace di rispettare le regole sociali come tutti gli altri, ci pensano le medicine e gli insegnanti di uno speciale campo estivo per bambini affetti da ADHD. E poi Armando, 19 anni, che da 9 prende gli psicofarmaci. La madre, Stefania, li andava ad acquistare in Svizzera quando in Italia non erano ancora autorizzati. I nove anni di terapia farmacologica lo hanno fatto crescere in fretta, tanto che oggi è capace di scegliere se sospendere o meno le medicine. Armando racconta quando alle elementari, unico della classe, aveva ottenuto il permesso di masticare le gomme, pur di non disturbare la lezioni con quegli “strani suoni” che gli servivano per ritrovare la concentrazione.

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