Arabia Saudita, i diritti fondamentali non esistono: tutto quello che una donna non può fare

La recente apertura del governo saudita alla guida dell'auto per le donne rappresenta una storica svolta in un'area del mondo fortemente restrittiva. Ma si tratta di una conquista che, allo stato attuale, è un unicum nello spettro più ampio di diritti fondamentali negati. Ecco cosa, ancora oggi, una donna non può fare senza il permesso dell'uomo.

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    Arabia Saudita, i diritti fondamentali non esistono: tutto quello che una donna non può fare

    In Arabia Saudita i diritti fondamentali per le donne non esistono. A confermarlo è l’eccezione alla regola che ha suscitato clamore, ovvero la parziale apertura del governo al permesso di guida, e che rappresenta soltanto una facciata del più ampio spettro di attività interdette al genere femminile. Ecco tutto quello che una donna non può fare, e che per gran parte dei Paesi del mondo costituisce invece un diritto inalienabile.

    Donne in Arabia Saudita: guideranno l’auto ma non potranno fare molte altre cose

    Il 27 settembre scorso l’Arabia Saudita ha fatto un passo in avanti nel riconoscimento di un diritto da sempre negato alle donne: fino al prossimo giugno resterà, infatti, in vigore l’attuale impianto legislativo che vieta a una donna di mettersi al volante, per poi essere abolito a partire dal 2018. Lo prevede uno storico decreto di Re Salman, controverso e contestato, per certi aspetti ritenuto un “contentino” capace di frenare la spinta propulsiva dei movimenti femministi che fermentano nel substrato sociale saudita.

    Le donne arabe potranno guidare, sì, ma questo “permesso” non si tradurrà in una totale liberazione dalle catene di restrizioni radicate nei secoli, ancora difficili da recidere.

    Ma, a voler dare il giusto nome alle cose, occorre tenere bene a mente che questo passo non rappresenta l’incipit per l’emancipazione femminile in Arabia Saudita, ancora miraggio al pari di tutte le cose interdette alle donne.

    Tutto quello che una donna araba non può fare senza il permesso dell’uomo

    L’Arabia Saudita è l’ultimo Paese del mondo in cui alle donne è interdetta la guida della propria auto. Lo sarà, di fatto, sino al giugno 2018, salvo interventi di “raddrizzamento” al decreto dello scorso settembre, ancora fortemente criticato e osteggiato sul fronte interno alla società saudita.

    L’imprinting misogino è destinato a non morire nel breve periodo, e lo spauracchio di un moto retrogrado rispetto a questa vittoria parziale sul campo dei diritti delle donne è presenza più concreta di quanto si possa immaginare.

    L’uomo regola la vita della donna, e ne plasma i margini di costrizione in molteplici ambiti della vita privata, sociale e politica. Quali sono i diritti ancora negati alle donne arabe?

    Matrimonio

    Le questioni sentimentali delle donne arabe sono monitorate dal “wali”, un vero e proprio tutore (uomo) che dispone del loro destino di future mogli. Da lui devono ottenere il permesso al matrimonio, con alcune ulteriori aggravanti “istituzionali” del caso: prima fra tutte l’eventualità che decidano di sposare uno straniero, fattispecie nella quale, oltre al nullaosta del wali, è necessario il permesso del Ministero degli Interni.

    Custodia dei figli in caso di divorzio

    Per le donne che ottengono il divorzio non è scontata l’ipotesi di avere in custodia i figli. Si tratta di una “eventualità” (talvolta piuttosto remota) che si restringe in base all’età anagrafica del minore: sino ai 7 anni per i figli maschi e 9 anni per le figlie femmine.

    Curarsi in caso di malattia

    L’accesso al sistema sanitario in Arabia Saudita è interdetto alle donne che non abbiano il permesso di un congiunto maschio: all’atto pratico significa che se una donna necessita di cure mediche o, nei casi più estremi, di un intervento chirurgico, è vincolante la firma di un uomo che abbia con lei un legame di parentela.

    Pari opportunità davanti alla Legge

    La maggiore quota di violazioni dei diritti umani in Arabia Saudita si registra in materia di abusi e violenze sulle donne. In questo ambito, dalle immani proporzioni e ripercussioni sociali, alle donne è assegnato un “valore” differente rispetto agli uomini in termini di “peso” delle testimonianze rese in sede di processo.

    La parola di una donna, in tribunale, vale esattamente la metà di quella di un uomo. Facile intuire come, di conseguenza, questo deformi il giudizio (e le condanne).

    Interazioni sociali con il sesso maschile

    La sfera della socialità è concepita come sistema “a compartimenti stagni”: tutte le interazioni con il sesso maschile, al di fuori della cerchia familiare, sono ridotte ai minimi termini e accuratamente limitate nel tempo.

    Gli spazi comuni sono, perciò, razionalizzati e sezionati sulla base dell’assunto che sia sconveniente che una donna si intrattenga con conoscenti maschi. Esistono aree “per le famiglie” (a cui le donne hanno libero accesso) e aree “off limits” pensate per soli uomini.

    Aprire un conto bancario

    Una delle cose vietate, senza previo consenso del wali, è l’apertura di un conto in banca: le donne non possono averne uno se il tutore non è d’accordo. Questa ulteriore restrizione costituisce un aspetto decisamente vincolante anche in termini di accesso alle risorse economiche private, a cui la donna può ambire in modo controllato e pilotato dall’uomo.

    Spostamenti all’estero

    Non è concesso spostarsi all’estero senza l’autorizzazione del tutore. Alla donna è interdetta anche la possibilità di muoversi agevolmente e in autonomia per ottenere documenti che la riguardino. In Arabia Saudita è un miraggio, quindi, anche viaggiare liberamente.

    Scegliere l’abbigliamento

    Quando si trovano in un luogo pubblico, le donne sono obbligate ad indossare determinati capi d’abbigliamento: tra questi l’abaya, una tunica nera che lascia scoperta solo la testa, in associazione al niqab, il velo che lascia intravedere soltanto gli occhi.

    Dolcetto o scherzetto?